Coimbra ventiquattro anni dopo, la profezia (meglio dire gufata) dell’amico Cip e … la ruota della sfortuna!

Eravamo ancora in pieno inverno quest’anno, quando – sfogliando svogliatamente il calendario delle prime gare di Triathlon in presentazione per la stagione 2024 – mi imbatto quasi per caso nel Campionato Europeo Middle Distance di Coimbra in Portogallo. Un 70.3 a Coimbra, ripeto un paio di volte tra me e me, ancora incredulo.

In quel momento ero alle prese col mio infortunio e non potevo ancora allenarmi bene: solo rinforzo e riabilitazione. Però quella parola – Coimbra – mi aveva risvegliato mille emozioni. E mi sono detto: semmai dovessi tornare a gareggiare, voglio andarci all’europeo di Coimbra, a costo di fare una figuraccia.

Erano passati 24 anni, tantissimi, da quando nell’estate del 2000 ero stato selezionato per un Workshop alla storica Università di Coimbra in Portogallo. Due neolaureati in giurisprudenza a rappresentare ciascuna nazione, se ben ricordo. L’argomento era delicato all’epoca e lo sarebbe anche oggi: i diritti umani. Allora era da poco conclusa l’operazione NATO con i bombardamenti in Serbia, che assillava le coscienze degli europei e non solo; oggi quei temi sarebbero ancor più di attualità, viste le atrocità a cui stiamo assistendo.

Nell’estate del 2000 ero partito per Coimbra con la spavalderia e la presunzione tipica del giovane che vuol prendersi tutto: a quell’età pensavo davvero di poter dire la mia in occasioni così importanti e che le mie idee sarebbero state ascoltate. E magari avrebbero cambiato qualcosa nel mondo. Da giovani si è così; si deve essere così, perché il giovane percepisce il mondo che verrà come il suo. A distanza di 24 anni non posso che assistere alle vicende del mondo con animo diverso e più disincantato.

La città di Coimbra fu una magnifica rivelazione. Arroccata sulla collina, ornata di palazzi meravigliosi e impreziosita da una Università storica e prestigiosa. Ai suoi piedi il fiume Mondego, che scorreva lento e placido. Passai un paio di settimane a Coimbra seguendo i vari workshop assieme ai giovani colleghi giuristi stranieri, con la possibilità di parlare inglese (lingua ufficiale del corso), ma anche spagnolo e francese. Mi innamorai di quella città in riva al fiume, per poi perderne le tracce nel corso degli anni a venire.

Qualche mese fa, come detto, scopro che proprio a Coimbra si sarebbe tenuto, il 22 giugno, l’European Championship di Triathlon Middle Distance:  1.9 km di nuoto nel fiume Mondego, 90km di bici in città e nelle campagne e infine la mezza maratona lungo le rive del fiume e nel magnifico parco nazionale Choupal.

A mano a mano che in inverno il mio tendine rispondeva positivamente agli stimoli, pensavo che forse si poteva tentare. Poi il primo 70.3 di “prova” ad aprile all’Irondelta di primavera e il test più probante del Challenge Cesenatico, a saggiare la tenuta della gamba.

Intanto a Coimbra mi ero iscritto, un’ora prima che chiudessero le liste, insieme con Serena. Senza ambizioni di tempi perché dopo un anno da infortunato era già un miracolo esserci, ma con la grande voglia di ritrovare, dopo 24 anni, quella bella città e viverla con un’esperienza completamente diversa.

Alla partenza dall’aeroporto di Pisa mi sono sorti i primi dubbi: anzitutto la bicicletta incappucciata in quel grande valigione arriverà integra? Ma soprattutto, Coimbra mi apparirà ancora così bella come nei lontani ricordi? Le aspettative sono state subito soddisfatte: Coimbra era ed è splendida, per di più agghindata per le feste, ossia preparata ad ospitare il grande evento multisport. Non solo la triplice su lunga distanza, ma anche duathlon standard, duathlon cross, triathlon cross, aquabike, mezza maratona, maratona e una night swim nel fiume. Insomma, di tutto di più. Atleti da tutta Europa per le vie della città e lungo il fiume, chi per gareggiare e chi per testare i percorsi in preparazione della propria personale sfida.

Dopo esserci sistemati e sbrigate le formalità di rito in hotel, decido di provare subito il percorso bici del 70.3, anche perché ho l’ansia di verificare se la mia bici è ancora tutta intera dopo i maltrattamenti del viaggio. Apro con cura il borsone portabici e scarto la crono con cautela dalle protezioni che la soffocano. I pezzi ci sono tutti. La metto in strada e pedalo per pochi minuti, raggiungendo la “transition zone” dove lo staff dell’evento si sta preparando alle gare di giornata. Blocco la prima faccia che mi trasmette simpatia e chiedo come poter provare il percorso bike del 70.3; gentile, il ragazzo dello staff mi fornisce un po’ di dritte e mi consiglia le strade meno trafficate e pericolose. Mentre ancora mi sta dando le ultime indicazioni, sentiamo uno strano sibilo. Lui mi guarda e poi abbassa gli occhi verso la mia ruota anteriore. Seguo il suo sguardo e incoccio la mia ruota a terra. Avevo forato. Non ci potevo credere. E come potevo fare? Io non so cambiare una ruota, non conosco la bici. La so pedalare e neppure tanto bene. Per me gli ingranaggi della bici sono un mistero, che me la rendono ancor più attraente. Ho sempre pensato che se dovessi conoscerla meglio, non amerei così tanto la bicicletta.

Quindi, quando foro vado dal meccanico, così come vado dal medico quando sto male: mi affido ai tecnici insomma.

Lo faccio anche a Coimbra e, non lontano dal campo gara, trovo una officina meccanica convenzionata con l’evento. Il bravo meccanico di turno – con i suoi strumenti magici – mi cambia la camera d’aria in men che non si dica. Lo guardo stupefatto e mi convinco che io non ne sarò mai capace. Esco felice dalla officina e mi faccio il mio bel giro di prova, facendomi sfuggire un’infelice battuta col meccanico: “beh meglio forare adesso che in gara”. Lui accenna a un sorriso non del tutto convinto e in quel momento un brivido mi percorre la schiena; avrei dovuto interpretarlo meglio quel segnale.

Con Serena abbiamo anche provato il nuoto nel fiume Mondego, che ci ha accolto al tramonto nelle sue acque fresche. Siamo usciti dall’acqua consapevoli di due cose: che la frazione swim era fattibile e che nei giorni a seguire non avrei avuto alcun problema ad andare in bagno. Il livello di batteri incamerati in quei pochi minuti di nuotata mi sarebbe stato più che sufficiente per superare la mia proverbiale stitichezza. E così è stato.

Intanto la città di Coimbra ha svelato le sue bellezze anche a Serena, che se ne è presto innamorata come era successo a me un quarto di secolo prima.

Anche allora, nell’estate del 2000, si giocava l’europeo di calcio (in Francia). Una bella Italia lo perse in finale con i francesi solo ai tempi supplementari. Meritando tuttavia gli applausi. Anche oggi c’è l’europeo di calcio, ma questa Nazionale non mi pare proprio paragonabile a quella di allora. Spero tanto di sbagliarmi, ma con Serena soffriamo nel vedere gli azzurri surclassati dalle furie rosse spagnole.

Si arriva al giorno della gara e dopo un’abbondante colazione andiamo fiduciosi al campo gara e ci prepariamo per la frazione swim con partenza rolling start. Mi piazzo tra le prime linee perché vorrei tenere un buon ritmo: per una volta decido di fare una gara in spinta, nei limiti delle mie possibilità. Confido che il body azzurro della Nazionale sia per me uno stimolo a dare qualcosa in più. Completo la frazione di nuoto in 33 minuti e per me va bene. Spingo la bici all’uscita della zona cambio e quando faccio per saltare in sella sento lo stesso sibilo di due giorni addietro, esattamente nello stesso punto. Guardo immediatamente la ruota davanti ed è a posto, fortunatamente. Monto in sella, ma sento sotto di me l’asfalto duro come il marmo. Smonto e guardo con orrore la ruota posteriore a terra. Non ci credo. Ho riforato nello stesso punto, ma stavolta la ruota posteriore. Urlo, impreco e chiedo aiuto a casaccio. Nessuno mi può aiutare, pena la mia squalifica. Il regolamento parla chiaro e i giudici di gara sono lì accanto a me a guardare che io lo rispetti.

Non ho nulla per cambiare la ruota, penso. E comunque non lo saprei fare. In quel momento di sconforto penso al ritiro. Poi guardo la mia bici e scopro quel vano portaoggetti che poche settimane prima il mio amico Federico (detto Cip … perché fa sempre coppia con Ciop) mi aveva fatto notare. In verità mi aveva preso in giro perché non avevo la minima idea di che cosa fosse o contenesse, probabilmente qualche attrezzo per la manutenzione avevo detto in modo poco convinto. Ma in qualche modo quella profezia – o se vogliamo quella gufata di Federico – mi aveva acceso una luce. Apro il vano e trovo una camera d’aria e una mini pompetta, niente caccia-copertoni. Non avendo la minima idea di come iniziare, provo a usare le dita come caccia-copertoni e mi taglio dappertutto.  Con un po’ di fortuna la camera d’aria bucata viene via e riesco a inserire la nuova, ma per rimettere su il copertone senza attrezzi prima prego i Santi, poi li impreco e alla fine finisco per distruggermi le mani. Ma la battaglia è vinta. Con la mini pompa faccio il possibile per far andare a pressione la ruota e riparto. Alla fine scoprirò che i 90km li ho fatti con 2 bar … invece delle 9 rituali.

Ammetto che il primo pensiero è stato di ritirarmi, ma non potevo farlo senza prima provarci; se insegno ai miei figli che non si deve mollare mai, ritirandomi avrei dato loro un esempio pessimo: i figli ascoltano poco i genitori, ma li osservano attentamente e severamente. Gli avrei dato un esempio pessimo se avessi mollato solo perché ero ultimo.

Effettivamente ero ultimo. Anzi ultimissimo, perché mentre lottavo con le camere d’aria nel frattempo erano usciti tutti dall’acqua e dalla T1. Incomincio a pedalare spingendo al massimo la bici che dietro si afflosciava per la bassa pressione. Decido di darmi un obiettivo che non sia di tempo, visto che ormai ero stato fermo 27 minuti. Facile: non arrivare ultimo. Parto e incomincio a recuperare qualche donna, poi qualche maschio non proprio giovanissimo e alla fine dei 90 km anche qualche atleta che – a occhio – poteva essermi coetaneo o quasi.

Scendo di sella e le gambe sono a pezzi. Mi tiro su di morale pensando che adesso nella run me la giocavo alla pari: le mie scarpe non erano sgonfie. Corro e provo a riprendere chi mi trovo davanti, uno a uno piano piano, cercando di non esagerare perché a quel punto ci tenevo a finire la gara.

La corsa si fa dura per il caldo e il terreno sterrato, ma alla fine riesco anche a godermi gli ultimi chilometri lungo il fiume Mondego dove i tifosi spingono gli atleti a portare a termine la gara. Taglio la finish line e, in serata, scoprirò di non essere ultimo: 22^ di categoria su 38, con la dignità in salvo. Posso tornare a casa e raccontare ai miei ragazzi che nelle classifiche ufficiali rimarrà un tempo da schifo, ma quel risultato è stato cercato e ottenuto con tenacia.

Ma soprattutto spiegherò ai miei figli che per andare in bicicletta bisogna saper cambiare una camera d’aria, possibilmente in meno di 27 minuti!

Testo e immagini a cura di Evangelista Basile

Campionati Europei di duathlon – Coimbra: convocata Margherita Voliani.

E’ di oggi la notizia della convocazione di Margherita Voliani ai Campionati Europei di Duathlon che si svolgeranno a Coimbra il 15 giugno.

La giovanissima Margherita Voliani, classe 2005 e categoria Junior, è stata selezionata dal direttore tecnico della nazionale giovanile a rappresentare l’Italia in quella che è, a livello internazionale, una delle gare più prestigiose.

Continua così la lista di obiettivi centrati da Margherita e il suo coach, Enzo Fasano, sottolinea come anche questo traguardo sia il frutto di un assiduo lavoro cui Margherita non si sottrae mai. Soddisfatto anche il Presidente Fabio Quaglierini che sottolinea come il settore giovanile della squadra sia in costante crescita.

Margherita Voliani tra Enzo Fasano e Fabio Quaglierini

Europe Triathlon Junior Cup: Gaia Silvestri e Nicole Fasano in gara con i più forti d’Europa

Si è svolta a Caorle la consueta tre giorni di gare internazionali riservata agli atleti under 20. Tra gli oltre 215 triatleti provenienti da tutta Europa, anche due livornesi: Nicole Fasano (classe 2008) e Gaia Silvestri (classe 2007) che per la prima volta si sono cimentate in una gara di livello internazionale su distanza super sprint.

Venerdì 11 maggio, tre batterie di donne e quattro batterie di uomini tra i più forti triatleti europei, si sono sfidati per le qualificazioni della finale del sabato. Nicole Fasano, tra le più giovani, disputa un’ottima gara, ma il livello della sua batteria è altissimo e non centra la finale.

Nicole Fasano

Gaia Silvestri passa il turno e chiude bene anche la finale del sabato: “sono molto felice di come sia andata la gara e di essermi qualificata per una finale che sembrava irraggiungibile e che mi ha regalato emozioni senza pari. Dopo Caorle sono tornata a casa con un po’ di consapevolezza in più e voglia di migliorarmi in vista delle prossime gare”.

Gaia Silvestri

Il coach Enzo Fasano, al fianco delle sue atlete, è molto soddisfatto di come entrambe hanno saputo gestire una competizione così prestigiosa e carica di pressioni e, al di là dei risultati, ritiene che mettersi in gioco contro atleti europei tra i più forti, costituisca un’esperienza importante per la crescita personale e un punto di partenza per il futuro.

Enzo Fasano e Gaia Silvestri prima della partenza

Gare di primavera: Duathlon di Ponte Buggianese e poi…riparte la stagione del triathlon!

L’ultimo Duathlon, quello di Ponte Buggianese, ci ha visto partecipare in tanti e conquistare anche diversi podi: la gara, all’interno di un circuito chiuso è stata molto ben organizzata dagli amici del Freestyle Triathlon sotto ogni aspetto – il percorso, la sicurezza, il ristoro – e ha segnato il passaggio alla stagione del triathlon.

Ponte Buggianese – foto di gruppo

Sul podio assoluto maschile, due giovani amaranto: Edoardo Manfanetti primo (YB) e Federico Fasano secondo (Junior).

Podio assoluto maschile

Sui podi di categoria, in tantissimi: Davide Scherlj (1° M4), Roberto Ria (3° M3), Gabriele Suardi (2° M4), Gianluca Marazzina (1° M4), Serena Rossi (3^M2), Marina Matarazzo (1^M3) e Simonetta Bernardini (1^M4).

Chiusa la stagione del duathlon, ora finalmente si riparte con il Triathlon!

Il primo ad “aprire le danze” con la triplice, il 13 aprile, è stato Evangelista Basile con il Medio di Primavera di Lido delle Nazioni che quest’anno festeggiava la decima edizione. Grande soddisfazione per Evangelista che ritorna alle lunghe distanze in ottima forma, chiudendo la gara in 4 ore e 41′, sesto di categoria M3.

Ancora Evangelista Basile, insieme a Serena Rossi, si cimentano nell’olimpico di Cupra Marittima, il 28 aprile, gara delle Adriatic Series, con organizzazione impeccabile. Ottimi i risultati: in 2 ore e 36′, Serena è seconda di categoria M2 e in poco più di 2 ore, Evangelista sfiora il terzo posto del podio di categoria M3.

Cupra Marittima Podio M2

Il 5 maggio è la volta dello storico appuntamento di Marina di Pisa, su distanza sprint, dove la partecipazione della nostra squadra è stata massiccia, così come la conquista dei podi, assoluti e di categoria.

Foto di gruppo

Il giovanissimo Edoardo Manfanetti, classe 2007, in 58′ è quarto assoluto, dietro a due fuoriclasse come i fratelli Angelini e a 20″ dal terzo.

Podio assoluto maschile

Bravi anche gli altri due Youth B, Alessandro Camilletti e Giammarco Vannini, al loro esordio sulla distanza sprint e Daniele Benedetti che arriva al traguardo 21 esimo assoluto, con la grinta che lo contraddistingue, nonostante dolorosissime piaghe ai piedi.

Sul fronte femminile, giovanile, la splendida Gaia Silvestri, Youth B, è seconda assoluta dietro a una fortissima Vittoria Facco.

Podio assoluto femminile

Tra gli atleti Age, tutte le donne presenti hanno vinto la loro categoria: Monica Marchi (M2), Marina Matarazzo (M3) e Simonetta Bernardini (M4) e numerosi sono stati i podi maschili.

Le prime classificate di tutte le categorie

Il più veloce, tra gli age, a tagliare il traguardo in quindicesima posizione assoluta è Davide Scherlj, quarto di categoria S4 per soli 4″; Matteo Chiesa è diciottesimo assoluto – a 40″ da Davide – e vince la categoria S3, seguito a ruota da Sandro Prosperi, diciannovesimo assoluto e primo della categoria M4.

Davide Scherlj all’arrivo

Altri atleti amaranto a podio: Roberto Ria, all’esordio nel triathlon, è primo di categoria M3, seguito al secondo posto da un altro esordiente sulla triplice, Matteo Lelli, mentre Gabriele Suardi è terzo di categoria M4.

Zona Cambio tutta amaranto

Per tutti è stata una splendida ripartenza con il triathlon – in una giornata meterologicamente perfetta, col mare calmo e senza vento – e per alcuni è stato un bellissimo esordio: oltre a Roberto Ria e Matteo Lelli, anche Pietro Mastroianni e Simone Bientinesi portano a casa il loro primo traguardo.

Pietro Mastroianni, all’uscita dal nuoto

Alla prossima gara!

Magione, Campionati Italiani Giovanili di duathlon, tra podi e lacrime.

Finalmente anche per i giovani del triathlon arrivano i Campionati Italiani di Duathlon Individuale e Staffetta a squadre 2+2.

All’appuntamento di Magione sono arrivati oltre mille giovani provenienti da tutta Italia per cimentarsi con la prima vera grande sfida della stagione e la Livorno Triathlon era presente con oltre cinquanta atleti appartenenti a tutte le categorie, dai Minicuccioli agli Junior.

Youth A all’ingresso della zona cambio

Sabato si sono disputate le gare individuali. Nella categoria Junior femminile, su distanza sprint, Margherita Voliani è prima al termine della prima frazione di corsa con un vantaggio di trenta secondi circa ma purtroppo la coppia delle inseguitrici (Alessandri e Mac Dowell) collaborano per staccarla in bicicletta costringendola a una gara in solitaria. Complicato per Margherita recuperare il distacco che si fa sempre più ampio e al termine della bici è aumentato a cinquanta secondi, con Margherita che viene superata da Sara Crociani, in rimonta, e scende dalla bici quarta. Nell’ultima frazione di corsa Margherita corre fortissimo e recupera una posizione chiudendo terza.

Podio Campionati Italiani Junior

Sulla distanza supersprint, le due Youth B Nicole Fasano e Gaia Silvestri chiudono rispettivamente settima e nona. Molto emozionante è stata la rimonta di Nicole che, tra le prime quindici sin dall’inizio, ha condotto una gara agguerrita e sul finale a corsa ha spinto ancora più forte recuperando ulteriori posizioni. Bene anche Edoardo Manfanetti che, sempre nella categoria Youth B, è arrivato tredicesimo.

Domenica è stata la volta delle staffette sviluppo e di squadra 2+2.

Una la staffetta Junior, composta da Lorenzo Scali, Margherita Voliani, Federico Fasano e Sofia Giunta (giovanissima Youth A, classe 2009) e quattro le staffette di categoria Youth A: quella composta da Edoardo Manfanetti, Gaia Silvestri, Daniele Benedetti e Nicole Fasano ha conquistato il sesto posto. Bene anche le altre staffette Youth, composte da Giacomo Pardini, Anna Pollini, Gabriele Zambelli, Rebecca Bellini – Matteo Basile, Bianca Grassi, Alessandro Camilletti, Martina Giorgi – Giammarco Vannini, Maja Basile, Marco Bertucci, Teresa Piazza. Ogni atleta ha dato il meglio di sè, in tutte le frazioni di gara, nonostante il caldo opprimente e la fatica del giorno prima, dimostrando di essere una squadra unita.

Silvestri, Fasano, Benedetti, Manfanetti sul podio delle staffette Youth

Benedetta Branchetti, Nadia Baudone e Mattia Scardigli, alle loro prime esperienze di gara, hanno invece partecipato alle staffette sviluppo.

Nelle categorie giovanissimi, Sveva Bertolucci conquista il podio femminile della categoria Ragazzi e Zeno Bertolucci quello della categoria cuccioli, mentre Lorenzo Loreto è secondo. Ulisse Bertolucci è decimo nella categoria Ragazzi e Giada Laino arriva ottava nella categoria Esordienti.

Sveva Bertolucci prima classificata categoria Ragazzi

Sabato sono stati premiati anche gli atleti del circuito interregionale centro.

Podio Interregionale di categoria Youth B

Sul gradino più alto del podio Junior femminile sale Margherita Voliani; in categoria Youth B Nicole Fasano è prima e Gaia Silvestri è terza; in categoria Youth A terzo posto per Sofia Giunta, seguita da Rebecca Bellini (4^) e Anna Pollini (5^) Giacomo Pardini è quarto Youth A, mentre Edoardo Manfanetti si aggiudica la sesta posizione della categoria Youth B. Podio d’oro per la categoria Ragazzi a Sveva Bertolucci. Sul podio interregionale di categoria Esordienti anche Giada Laino (4^), Vittoria Loreto (5^) e per un soffio 7^si piazza Margherita Sergio.

Come sempre i nostri triatleti hanno emozionato chi li ha seguiti in questa caldissima due giorni, oltre che per i risultati, anche per la grinta e la tenacia: alcuni hanno fatto sognare fino all’ultimo un podio che non è arrivato, altri potevano fare meglio, altri ancora hanno sorpreso per la caparbietà nel ricercare un risultato che non era scontato.

Normalmente agli appuntamenti così partecipati e prestigiosi il livello di competizione è altissimo e l’emozione, un’esitazione in zona cambio o l’inesperienza possono essere determinanti e qualche lacrima c’è stata. Quel che conta è l’impegno e quanto a questo i due coach, Enzo Fasano e Francesco Laino, sono davvero soddisfatti dei loro giovani atleti.

Riparte la stagione agonistica con i Campionati Italiani di Duathlon Sprint a Imola

Nel fine settimana appena trascorso si sono svolti, all’autodromo di Imola, i Campionati Italiani di duathlon sprint individuali e coppa crono a squadre.

La Livorno Triathlon era presente con quattro giovanissimi atleti: Margherita Voliani (Ju), Gaia Silvestri (YB), Edoardo Manfanetti (YB) e Daniele Benedetti (YB). Voliani, Silvestri e Manfanetti hanno partecipato agli Assoluti, ovvero alla competizione più prestigiosa a cui partecipano atleti di rilievo nazionale che si “qualificano” sulla base dei risultati agonistici dell’anno precedente e in cui vengono premiati solo i primi tre classificati maschi e femmine, non le categorie per età. Ebbene, strepitosa come sempre Margherita che chiude, in un’ora, in diciannovesima posizione (prima in categoria JU) e molto bene anche la giovanissima Gaia che conquista la trentatreesima posizione con il tempo di un’ora e 4′ (terza in categoria YB).

Margherita Voliani e Gaia Silvestri in partenza

Alla gara age, insieme al giovanissimo Daniele Benedetti (classe 2007) che chiude in 59′, hanno gareggiato Simonetta Bernardini, Serena Rossi, Evangelista Basile, Stefano Bartolozzi e il Presidente Fabio Quaglierini. Gara dal percorso faticoso: corsa muscolare all’interno del circuito, diversi saliscendi anche nella seconda frazione di corsa e frazione di bici molto tecnica.

Il Presidente Quaglierini impegnato nella gara individuale

Bella soddisfazione per Evangelista Basile che torna alle gare dopo un anno di stop e per Stefano Bartolozzi che, dopo diversi problemi al ginocchio finalmente ritorna a correre bene.

Bernardini, Rossi, Quaglierini, Basile e Bortolozzi al termine della gara individuale

Cinque le squadre maschili che hanno gareggiato domenica, insieme a quella femminile composta ancora una volta da Simonetta Bernardini e Serena Rossi, cui si è aggiunta Monica Marchi, alla sua prima esperienza con il duathlon. Ventesima la posizione della squadra femminile su trentotto squadre.

Rossi, Marchi e Bernardini all’arrivo della gara a squadre

In prima squadra hanno gareggiato Gabriele Baroni, Roberto Ria, Lorenzo Rossi e Davide Scherlj; la seconda squadra era composta da Federico Grassi, Matteo Chiesa, Gianluca Marazzini, Alessio Vannozzi e Matteo Lelli; Gabriele Suardi, Stefano Maltinti e Francesco Bellini i componenti della terza squadra; Stefano Bartolozzi, Riccardo Monaco e Pietro Mastroianni la quarta squadra; squadra presidenziale composta da Fabio Quaglierini, Evangelista Basile, Luca Messina e Riccardo Fraschetti.

Le squadre maschili

Come sempre ogni squadra ha avuto le sue problematiche (crampi, affanno, bici col cambio “ballerino”) che hanno compromesso forse il risultato finale ma hanno certamente reso la competizione ancora più sfidante e fatto emergere il vero spirito di squadra.

Squadra femminile alla partenza della frazione di bici
Baroni, Rossi, Ria, Scherlj alla partenza della gara a squadre

Tra le disavventure quella di Gabriele Baroni che, al primo giro in bici, perde la catena in salita ed è costretto a fermarsi per sistemarla facendo continuare gli altri tre, così da non fargli perdere il buon vantaggio ottenuto con la corsa. Riaggiustata la catena, al secondo giro di pista Baroni si riaggrega al gruppo per aiutarlo nella frazione di bici e al termine di questa, dovendo lui completare il giro mancante, lascia che i suoi compagni di squadra volino al traguardo, conquistando la ventiquattresima posizione.

Sfottò e battute non sono mancate, né in gara, né al traguardo e nel post-gara, soprattutto per la classifica interna che ha visto la tanto bistrattata squadra presidenziale superare la formazione Suardi-Maltinti-Bellini che, sulla carta, sembrava potersi posizionare in terza posizione.

La classifica interna

Ottimi gli esordi nel duathlon di Matteo Lelli, Roberto Ria, Pietro Mastroianni e Monica Marchi.

Per tutti l’importante come sempre è esserci stati e essersi divertiti dando il massimo

Gruppone gara a squadre

Lutto nella “famiglia” amaranto: ci lascia la mamma di Gianni Picchi.

Oggi si sono tenuti a Livorno i funerali di Maria Grazia Paoletti, madre del nostro compagno di squadra Gianni Picchi e cognata del famoso Armando Picchi. Maria Grazia aveva 90 anni e, nonostante l’età, stava piuttosto bene, ma un ictus improvviso è stato fatale.

Forte è il cordoglio di tutta la squadra che si stringe in un abbraccio a Gianni e alla sua famiglia, per l’improvvisa scomparsa.

Fabio Bellini, un amico, un triatleta. Resterai per sempre nei nostri cuori.

Ci sono giornate che si vorrebbe non dover vivere e ci sono notizie che si vorrebbe non dover dare mai, soprattutto quando riguardano persone a noi care.

La vita però, purtroppo, segue il suo corso e ci pone di fronte a situazioni dolorose e tristi, come quelle della perdita di un amico.

Oggi è una di quelle giornate: Fabio Bellini, amico e compagno di squadra, ci ha lasciato a soli 57 anni.

Fabio ha lottato per mesi contro un male incurabile, come un guerriero, come un triatleta che non si arrende e fino alla fine ci crede, con la dignità e la forza di chi è abituato alle sfide e le accetta a testa alta, senza auto-compatimenti, senza lamenti, con la consapevolezza che sarebbe stata dura, la sfida più dura di tutte.

Fabio, con il suo ottimismo, credeva che avrebbe vinto lui e fino all’ultimo sognava il giorno in cui avrebbe ripreso a correre o a nuotare insieme a noi. La malattia, purtroppo, ha avuto la meglio e oggi Fabio ci ha lasciati.

Noi però vogliamo ricordare i momenti belli, quelli spensierati, quelli vissuti insieme durante le gare e gli allenamenti, le lunghe nuotate in mare, le pedalate in bicicletta e le ripetute a corsa, le risate e gli sfottò ed il sorriso di Fabio, che aveva la capacità di mettere tutti di buon umore.

Ricordiamo quella volta in cui accettò con spirito di sacrificio ed onore di gareggiare in un campionato italiano a squadre in compagnia di atleti molto più giovani di lui, che alla fine furono costretti a rincorrerlo perché, preso dalla voglia di fare bene, andò molto più forte del previsto, o l’altra in cui nonostante la malattia, nell’estate 2023, venne a salutarci e a nuotare in mare insieme a noi. Era anche questo il bello di Fabio: amava stare in compagnia, dei suoi amici, della sua compagna, dei suoi figli, dei suoi compagni di squadra, di tutte le persone che gli volevano bene.

Ecco il Fabio che porteremo nel nostro cuore, quello che nessuna malattia potrà portarci via.

Ciao Fabio, amico e campione, ti vogliamo bene, ci mancherai tantissimo.

Il Tappeto Volante, i Mulini di Paros e … Robinson Crusoe (dedicato a Georgos e alla sua ospitale famiglia)

Articolo di EVANGELISTA BASILE

Il Tappeto volante

Nella spensierata atmosfera dei cartoni animati anni ’80, Alladìn e il suo tappeto magico non erano in cima alle mie preferenze di bambino. Mi appassionavano di più le avventure di Lupin III e i combattimenti dell’Uomo Tigre. Però l’ebrezza di poter volare su un tappeto l’ho sognata tante volte.

Quando ho visto in mare i primi wing-foil mi sono ricordato di quel sogno ricorrente da bambino e mi sono ripromesso che prima o poi anch’io sarei decollato. Più poi che prima, pensavo, perché non sarebbe stato facile trovare il tempo e le energie per imparare un nuovo sport così tecnico come il wing-foil.

Ma l’occasione si è presentata quasi per caso. Prima delle vacanze estive un mio caro amico mi ha scritto un messaggio per tirarmi su di morale dopo l’infortunio che non mi consente da mesi di correre: “vedrai tornerai a volare”. In quel momento ho pensato: siccome non posso volare correndo – ammesso che lo abbia mai fatto – provo a volare davvero, col wingfoil.

Partiamo quindi in vacanza con la famiglia al completo – il fido cane Luke incluso – con destinazione Naxos e poi Paros, nelle Cicladi. Il furgone quest’anno era stivato più del solito per farci entrare anche il nuovo staff del wingfoil: tavola, ali (wings) di diversa dimensione, foil, leash e tanta buona volontà. Con noi anche l’attrezzatura per windsurf e kite nel caso in cui il progetto di imparare il wingfoil fosse miseramente naufragato sotto le sferzate feroci del meltemi, il vento estivo dell’Egeo. Però eravamo fiduciosi perché ci eravamo portati da casa anche il coach: mio figlio Matteo. Il primo in famiglia ad appassionarsi al wingfoil e già molto abile nel maneggiare il nuovo “ruzzino”, che per lui è diventato anche uno sport agonistico.

Matteo che “vola” col wing

Decido di fare io da cavia per primo, ma il vento forte dei primi giorni mi consente solo poche uscite col wingfoil, condite da migliaia di cadute: di schiena, di lato, di faccia, a gambe larghe, strette e incrociate. Per fortuna mi ero portato il windsurf, con cui ho potuto divertirmi e conservare un briciolo di autostima. Poi un giorno, il miracolo. Mio figlio Matteo mi propone di testare il wingfoil a Plaka, una baia di Naxos non attrezzata per accogliere surfisti e sport d’acqua: in altre parole, una spiaggia di bagnanti unti di crema solare ma, a dire di mio figlio, adatta alle mie esigenze di beginner per le sue acque piatte (flat, in gergo). Poco convinto, accetto la decisione del coach. Ci facciamo spazio con tavola, ala, muta, casco, ecc. tra le famiglie che ci guardano storto e ci mandano a quel paese in diverse lingue. Facciamo finta di non comprendere gli insulti, e ci tratteniamo a fatica dal rispondere in slang labronico. Siamo degli intrusi, evidentemente. Io e mio figlio entriamo in acqua velocemente prima che qualcuno chiami la capitaneria, mi da qualche consiglio, navigo, aspetto le prime raffiche e … miracolo: decollo, mi alzo, volo, “Tappeto” è domato, obbedisce e mi porta via. Cavolo, sono appena un metro sopra il livello del mare, ma mi sembra di essere sul trampolino alto dei Fiume. E da quel momento io e Tappeto non ci siamo più fermati. Oddio, non esageriamo, “Tappeto” mi ricorda un sacco di volte che sono ancora un beginner e – dispettoso – mi disarciona catapultandomi in mare quando mi sente troppo incerto.

Evangelista sul “tappeto volante”

Visti i risultati assolutamente inattesi – perché nel windsurf ci vogliono anni per imparare a planare – anche Serena e la piccola Maja hanno preso coraggio. Probabilmente avranno pensato: se c’è riuscito quel vecchio rimbambito del papà, ce la possiamo fare anche noi. Ma non lo ammeteranno mai.

Si sono approcciate anche loro al nuovo sport, sempre prendendo Matteo come istruttore. Entrambe le donne di famiglia hanno imparato i primi rudimenti della nuova disciplina, hanno fatto le prime catapulte in mare e cercheranno, uscita dopo uscita, di domare “Tappeto”, sul quale auguro loro di sorvolare il nostro mare.

Maja alle prime armi

Oltretutto, non per vantarmi, ma anni fa io e un pazzo bolognese avevamo ideato qualcosa di simile al wing. Tanto nessuno mi crederà, ma la racconto lo stesso.

Ai tempi andavamo in vacanza sull’isola di Lefkada, in Grecia ma sul versante ionico. Là ci trovavamo per fare windsurf con un gruppo di amici, tra cui Michele, un windsurfista bolognese simpaticissimo e – non me ne voglia – un po’ matto (ma sono certo che di questa etichetta sarà orgoglioso). La mattina all’alba eravamo soliti – io e Michele – andare a fare dei bei giri in sup, con l’obiettivo duplice di vedere i delfini (al mattino presto una famiglia di delfini frequentava la nostra baia) e sorseggiarci un caffè greco nel chiringuito di una cala raggiungibile via mare. Una mattina in sup, chiacchierando, ci siamo domandati: ma perché non sfruttare col sup la brezza del mare per andare più spediti e durare meno fatica con la pagaia? Lui ipotizza una vela, ma sul sup dove piantarla? Io replico che possiamo fare noi – col nostro corpo – da albero, “indossando” una vela a mò di pipistrelli. E muovendoci potremmo anche indirizzare la forza del vento. Certo, serviva una pinna molto lunga … per cui avevamo ipotizzato un sup con le vecchie derive (ai tempi il foil non esisteva!). Geniale! Tornati in spiaggia raccontiamo la nostra idea agli amici, che ci hanno preso per il c… per tutta la vacanza. Il progetto è dunque morto prima ancora di poter essere sperimentato e perfezionato.

Ora ditemi voi se il wing-foil non assomiglia al nostro prototipo!

Il mio prototipo…
Il wing

Insomma, questo sport era nel mio destino.

I mulini di Paros e … Robinson Crusoe

Naxos e Paros non le amo solo per gli sport d’acqua. Sono isole affascinanti per la loro storia, le bellezze naturali, l’ospitalità e la gentilezza della loro gente e … meravigliosi paesi da esplorare in bicicletta. Meglio a mio avviso se con una gravel, così da poter variare i terreni in sicurezza e percorrere i tanti bellissimi sterrati che solcano queste due isole.

Per chi avesse intenzione di trascorrerci una vacanza propongo qui di seguito una breve guida dei percorsi di Paros (Naxos ve la descrivo il prossimo anno, perché prima di farlo devo sfidare la salita al Monte Zeus, più di mille metri sopra il mare).

Anzitutto, la logistica: non preoccupatevi se non avete una bicicletta vostra, perché sull’isola si noleggiano ottime mtb, gravel e anche bici da corsa. Non avete scuse, insomma.

Poi una seconda premessa di metodo: ogni percorso che descriverò ha un suo omologo a noi tutti noto. Vi spiego la ragione. In famiglia quando c’è da scoprire un nuovo percorso in bici mandano me in avanscoperta – come fossi una guida indiana – nel caso fosse troppo difficile, battuto da cani sciolti o a rischio di sperdersi … insomma anche in bici mi usano come cavia. E quando torno dal nuovo giro relaziono al resto della famiglia, descrivendo il tragitto e le sue caratteristiche. Per farmi capire, il modo più semplice mi è sembrato quello di assimilare i percorsi scoperti alle strade note alla famiglia: il Romito, via di Popogna, la Bolgherese, la strada di Santa Luce, la via dell’Orso, il drittone di Vada e così via.

Perciò in famiglia abbiamo attribuito ai percorsi ciclabili di Paros i nomi delle “nostre” strade. Come fece il famoso personaggio letterario uscito dalla penna di Daniel Dafoe – Robinson Crusoe – il quale, naufragato sulla sua Isola della Disperazione, tentò sùbito di ricostruire per quanto gli era possibile la vita della sua campagna inglese: ciò che è noto e familiare ci fa meno paura.

L’isola di Paros è per lo più rotonda, sferzata in estate dal vento Meltemi che soffia da nord-est, giù dritto come un fuso. A fare il periplo dell’isola si percorrono circa 80 km, anche se dipende dalle strade che si scelgono. Tanto per prendere le misure.

Il nostro campo base è la sonnolenta baia di Molos, sulla costa est dell’isola, rimasta immune dal turismo di massa e frequentata da famiglie greche. Qui si nuota benissimo, perché due enormi colline coniche fanno da alfieri alla baia e la proteggono, mantenendo il mare sempre piatto.

La baia di Molos

Da Molos partono i nostri giri in bici, meglio – per ovvie ragioni climatiche – se al mattino presto o nel tardo pomeriggio.

Andiamo con ordine. Si parte da Molos verso nord, lungo costa per circa 10 km fino ad arrivare alla baia di Santa Maria. Il “romito” di Paros. Immaginatevi infatti di partire dai Tre Ponti e arrivare a Chioma – lungo il Romito – ma tutto su sterrato.

Ampelas

La strada presenta leggeri sali-scendi mai esasperati, con una sola eccezione.  Arrivati al paesino di Ambelas la strada sterrata si interrompe e finisce in spiaggia; ci sono quindi due alternative: o scendere dalla bici a mo’ di ciclocrossista, bici in spalla e si attraversa il breve tratto di arenile fino a riprendere il percorso; oppure si va all’interno e si affronta una breve salita tipo Pordoi (la nostra salita delle Pianacce). Dipende come ci si sente e cosa vi va da mangiare. Cosa c’entra il cibo? Semplice, alla fine del Pordoi come premio vi attende un albero di fichi, sempre ricco di frutti. Ma anche sull’arenile c’è un bel bar con vista mare. Scegliete. I fichi sono gratis.

L’arrivo alla baia di Santa Maria vi ripaga di ogni sforzo. Non ve la descrivo, ve la faccio vedere.

A Santa Maria si può decidere se tornare a Molos per la strada interna, tutta dritta e asfaltata: il drittone di Vada, tanto per capirci (quando ho fretta di tornare prendo quello), altrimenti si prosegue dritti in direzione Naoussa – un paesino tutto bianco in perfetto stile cicladico – che è piacevole attraversare in bici solo al mattino, perché la sera è invaso da turisti.

Poi si prosegue per la grande baia di Kolimbitres, dove si possono visitare i resti archeologici di una necropoli micenea, oppure semplicemente fare il bagno nelle sue acque cristalline. Sconsiglio di tentare la visita ai resti archeologici in bici, perché dopo le prime “pettate” la strada diventa impraticabile e tocca andare a piedi.

In alternativa alla necropoli, una volta visitata la baia di Kolimbitres, suggerisco due soluzioni alternative: la prima prevede di inforcare un bello sterrato sulla sinistra che – oltrepassando alcune colline – vi riporta sulla strada di ritorno per Molos (si tratta in sostanza di una valida alternativa al drittone asfaltato già descritto). La seconda soluzione è prendere il divertente sterrato che unisce Kolimbitres a Kamares: una strada bianca veloce. Questa strada prosegue poi dopo Kamares – diventando asfaltata – fino alla capitale Parikia.

Kolimbitres

Se poi siete ben allenati, potete tentare di arrivare a Parikia passando per le pale eoliche. L’ho battezzata la via di Santa Luce, perché come da noi la strada può passare davanti alle pale (in asfalto, come per Pastina e Pomaia) oppure fare il giro dietro (come da Chianni, tanto per capirci). Ma il giro dietro è tosto: strada sterrata con strappi in salita da fuori-soglia.

La capitale Parikia è bellissima ma affollata, anche perché ci sbarcano i traghetti: suggerisco di attraversarla passando dal lungomare – in parte pedonale – per poi ricongiungersi alla strada principale.

Usciti da Parikia ci sono almeno due alternative: proseguire sulla strada principale che va verso Punda e il sud (avrete già percorso metà dell’isola) oppure salire alla valle delle farfalle (Butterfly Valley). La seconda scelta è la mia preferita. Anche perché la salita per la valle delle farfalle – che poi in verità arriva a un meraviglioso Monastero ortodosso – assomiglia alla nostra Panoramica, che non a caso arriva al Santuario della Madonna delle Grazie. E così l’ho chiamata: la Panoramica di Paros. Anche la vista non è male.

Il Monastero in cima alla “Panoramica”

Dal Monastero si scende in picchiata (controllare bene i freni se usate bici a noleggio) verso Punda, dove si possono fare due cose: o ci si imbarca per visitare l’isola di Antiparos oppure si fa windsurf, kite o wing-foil. Io faccio tutti e tre. Ad Antiparos siamo andati nei pochi giorni in cui Eolo si è preso una giornata di relax. Per fortuna è un Dio stacanovista e succede raramente. Comunque – scherzi a parte – la visita all’isola di Antiparos vale la pena.

Panorama sulla spiaggia di Pounda e l’Isola di Antiparos

Da Punda in bici si scende verso sud e si possono raggiungere le meravigliose spiagge della parte meridionale, riparate dai venti. Anche in questo caso si può decidere di percorrere le vie principali asfaltate, che presentano delle salite niente male. In alternativa, dal paesino di Aliki, si può percorrere un sentiero sterrato che sale dapprima a un monastero e poi scende sul versante meridionale attraversando la località di Aspro Chorio. Se scegliete questo secondo percorso portatevi tanta acqua perché non troverete nulla, solo greggi di pecore.

La parte sud dell’isola è quella meno ventosa, quindi noi “fissati” di surf non ci andiamo quasi mai, se non per qualche bella nuotata. Il mare è piatto e trasparente. Ma le spiagge sono decisamente meno ventilate di quelle esposte al meltemi.         

Superata la località di Dryos si arriva nelle famosissime – per gli appassionati di windsurf – baie di Golden Beach e New Golden Beach (il nome greco in verità sarebbe Néa Chrisi Akti). Nomen omen: le spiagge sono dorate. Qui si sono svolte per tanti anni le competizioni di windsurf più importanti a livello mondiale, perché il vento è garantito. Anche quando il vento meltemi non entra, comunque soffia un vento termico che nella parte centrale della giornata garantisce 2-3 ore di windsurf.

Si naviga mure a sinistra verso l’isoletta disabitata davanti e lo scenario è meraviglioso. Oltre si vede l’isola di Naxos. Se non si è bravi col windsurf, meglio scegliere uno spot diverso, perché il rischio è di finire in Africa (il vento e la corrente spingono al largo).

Serena a Golden Beach

Tornando alla nostra bicicletta, da Golden Beach si può finalmente far rientro nella baia di Molos completando il giro dell’isola. Per questi ultimi 10 km circa ci sono moltissime alternative. Partiamo dalla più semplice. Si prosegue sulla strada principale, attraversando i paesini bianco-azzurri di Marpissa e Marmara, per arrivare a Molos. Quasi tutto asfalto e un po’ di sterrato finale. Altrimenti, decisamente più suggestivo prendere quella che Serena ha battezzato la “Bolgherese”: una strada “mangia e bevi” che da New Golden Beach passa per i paesini interni e sbuca tra sterrati a Marpissa, per poi arrivare a Molos.

O ancora, si prende la “Bolgherese” di Paros ma poi si allunga per salire fino al paesino di Lefkes, noto per i suoi mulini, illuminati la notte, come la sua cattedrale. Da Lefkes si può scendere via Kostos a Molos.

Ultima alternativa, quella più simpatica e preferita da mia figlia Maja: la strada dei 5 comuni (perchè mi ricorda la nostra “strada provinciale dei tre comuni”). Si parte sempre da New Golden Beach prendendo la “Bolgherese”, poi si passa nel cuore dei 5 paesini che si incontrano, perché con la Gravel o la Mtb si riesce facilmente a superare i pavè e gli scalini di Lefkes, Kostos, Prodromos, Marpissa e Marmara. Magari passando in mezzo ai vicoli fate attenzione alle vecchiette che escono all’improvviso dai portoni colorati di azzurro, che tutto si aspettano tranne di essere investite davanti casa da un deficiente in sella a una gravel, bardato di casco, occhiali da sole e body attillato della Livorno Triathlon.  

Se poi avete ancora un po’ di tempo, tra il paesino di Marmara e la baia di Molos ci sono moltissimi campi coltivati e altrettante stradine che li separano: un vero e proprio labirinto. Sono per lo più strade bianche, molto ben battute e divertenti da fare con la gravel. Anche se ci si perde, si può navigare a vista perché – come dicevo – la baia di Molos è protetta da due montagne che sono un riferimento sempre visibile. Se ci si vuol divertire con la mtb o la gravel, non è male percorrere queste stradine. E per i “maniaci” delle ripetute, nel bel mezzo dei campi c’è una strada asfaltata dritta e in pianura di circa 2 km, che Serena ha denominato gli “Acciaioli” di Paros. Questa volta Livorno non c’entra, perché la somiglianza è con la strada – che si chiama appunto “Acciaioli” – che va dal Lido delle Nazioni al Lido di Volano. Ma voi triathleti la conoscete per averci gareggiato.

Da ultimo, l’interno. Vi ho finora descritto il giro “periferico” dell’isola, in senso antiorario. Che ovviamente si può anche decidere di fare al contrario. Ma anche le strade interne non sono affatto male. Anzi. L’isola ha una arteria principale che va da Parikia (est) a Molos (ovest) molto suggestiva, perché sale nella parte centrale e consente una vista a 360 gradi meravigliosa. 

Dal centro dell’isola si possono affrontare due belle sfide, ciclisticamente parlando. Una è quella di salire alle antenne, il punto più alto dell’isola. Se avete una mtb si può fare, perché servono i rapporti giusti. E’ una salita ripida che non molla mai: la Voltina di Paros. Da lassù ho potuto apprezzare il volo di due falchi che cacciavano, ma visti da sopra. Cioè stavano sorvolando la montagna in cerca di prede, ma sotto di me.

La seconda sfida è invece una discesa. Nel punto più alto dell’arteria principale che taglia l’isola c’è una chiesetta. Affianco parte una strada sterrata bianca che scende fino a Naoussa, sempre in discesa e con tratti tecnici. L’aspetto più affascinante di questo percorso è il paesaggio semidesertico, che non nasconde mai la vostra strada, consentendovi di ammirare in ogni momento il serpentone bianco che si snoda davanti a voi fino al mare.

La strada bianca per Naoussa

Per rimanere ancorati al titolo della nostra rubrica, si potrebbe concludere: Not Only Surf a Paros.

Ma siccome dopo tutto questo sport viene fame, qualche consiglio di cucina tipica cicladica oltre ai classici piatti tradizionali greci: skordalia (crema d’aglio e patate), fava (crema di ceci con cipolle caramellate e capperi), ceci cotti al forno nel vino, gouna (pesce azzurro essiccato e speziato) e Galaktobureko – come dolce – per finire in bellezza.

Marina Matarazzo e il sogno (realizzato) di Kona.

Era poco più che ventenne Marina Matarazzo quando, dalle gare di nuoto è passata a quelle di triathlon, con il sogno, un giorno, di poter partecipare al Campionato del Mondo di Ironman a Kona, dove si accede solo qualificandosi in una gara della medesima distanza. E’ infatti alle Hawaii dove il triathlon è nato, dalla scommessa di tre marines che per primi si sono inventati la più dura delle competizioni, sfidandosi a concludere 3.800 metri di nuoto, 180 km di bici e 42.1 km di corsa senza fermarsi mai. In origine il Triathlon era solo la distanza Ironman e solo in seguito sono state introdotte le gare sulle distanze più brevi (Mezzo Ironman, Olimpico e Sprint).

Negli anni, Marina Matarazzo ha fatto del triathlon la sua vita, allenandosi sempre con determinazione conciliando il lavoro e la famiglia con la sua passione sportiva, potendo contare sempre sull’appoggio di Enzo (Fasano, il coach giovanile, ndr), marito e allenatore che in questi anni l’ha aiutata a crescere come triatleta fortissima, portandola a coronare il suo più grande sogno atletico.

E così, Marina, quest’estate all’Ironman Austria a Klagenfurt (sua terza gara Ironman) si è piazzata seconda di categoria M2, ha vinto la slot per partecipare al Campionato mondiale a Kona e il 14 ottobre ha coronato il suo grande sogno, portando a termine la gara delle gare, il sogno di ogni triatleta appassionato: il Campionato Mondiale di Ironman, chiudendolo anche con un ottimo tempo (11 ore e 28′).

Tutta la squadra labronica ha fatto il tifo da lontano, restando col fiato sospeso in attesa del traguardo, sognando insieme a Marina l’istante in cui vedi che manca un solo km di corsa davanti a te e capisci che il sogno si è avverato.

Complimenti ancora, Marina, siamo tutti orgogliosi di te!